Francesca
«Sarebbero 58 euro, maestra Francesca, ma per lei sono 50.»
Il venerdì pomeriggio si preparava di tutto punto e ripeteva il suo rito.
Un bagno caldo, una nuvola di borotalco al muschio bianco, la messa in piega con i bigodini.
Mentre l’impalcatura di forcine e lacca faceva il suo lavoro, affilava una delle sue matite colorate e si sedeva a correggere i compiti allo scrittoio.
Secondo uno schema ben rodato, dedicava sette minuti a ogni tema.
A volte si faceva due risate, altre si disperava dietro gli errori di ortografia del figlio del farmacista, che non ne voleva sapere di imparare a usare le doppie, anche se suo padre lo considerava un genio incompreso.
Il lunedì avrebbe dato a Lucia, seduta al primo banco da sempre, il compito di distribuire i fogli protocollo, tenuti insieme da un elastico di gomma.
Centotrentatré minuti in totale, scanditi dal pendolo in salotto.
Poi si toglieva la retina dalla testa, srotolava i ricci e li separava con le dita.
Una passata del suo rossetto rosso preferito, da vent’anni sempre lo stesso:
Corallo 27, in accoppiata con la matita labbra dello stesso colore.
Sapeva metterselo anche usando solo il minuscolo specchietto del portarossetto da borsa, quello in pelle che le avevano regalato le colleghe quando era andata via da Pinerolo, dopo aver preso la cattedra e finalmente fatto ritorno a casa.
Una spruzzata di profumo, le scarpe con il tacco basso e comodo, e si avviava a piedi verso la cartoleria.
C’è chi compra borse e collane, lei comprava cancelleria.
Si faceva ordinare gli articoli più ricercati del catalogo, che ormai aveva consumato.
Lo sfogliava seduta su uno sgabello direttamente in cartoleria, per avere la scusa di restare immersa almeno un’ora in quel profumo misto di legno, polvere e carta.
Il temperino a manovella, di marca tedesca, se l’era regalato a Pasqua.
Quel giorno avrebbe ritirato una confezione in latta di matite acquerellabili, ordinate un mese prima. Erano rarissime. E profumatissime.
Non vedeva l’ora di tornare a casa ad annusarle a occhi chiusi.
Avrebbe tenuto la scatola chiusa il più possibile, per non far scappare via l’odore.
E avrebbe condiviso quel piacere solo con Rosa, la figlia del calzolaio, che al pomeriggio andava a casa sua a studiare latino in vista del liceo. Anche a lei piacevano le matite.
Se avesse avuto una figlia, avrebbe voluto che somigliasse a lei: pacata e diligente.
Il suono delle campanelle attaccate alla porta della cartoleria annunciò l’ingresso di un altro cliente, facendola riemergere dal fumo dei suoi pensieri.
Pagò, ringraziò Rino ed uscì.
La scuola stava per finire e presto si sarebbe trasferita nel monolocale che affittava al mare.
Avrebbe messo tutto ciò che le serviva nella valigia grigia, compagna delle avventure piemontesi.
Ci metteva solo quello che poteva trasportare da sola su per tre rampe di scale.
Detestava chiedere aiuto. Ma non avrebbe rinunciato alla bottiglia di olio buono.
Lo usava per fare un preciso ghirigoro sul pane abbrustolito che mangiava per cena, spesso in accompagnamento al suo piatto preferito: insalata di patate, capperi, cipolla e pesce stocco.
Questa storia degli aperitivi non la convinceva. Preferiva il suo terrazzo, delimitato da un muretto bianco, da cui si vedeva una fettina di mare: giusto il poco che bastava per osservare il sole inzupparsi nell’acqua. Solo a luglio.
Ad agosto il tramonto si spostava un po’ più in là, e lo avrebbe visto solo infiammare il condominio di fronte.
Ma poco importava, perché ad agosto rientrava in paese, dove le colline avrebbero avuto sempre lo stesso aspetto.
Non che odiasse la gente, ma aveva le sue abitudini.
Il cinema Vittoria rimaneva aperto e ci sarebbe andata il sabato pomeriggio, per stare al fresco.
Avrebbe trovato un posto centrale da cui vedere bene e mangiare in santa pace il cartoccio di fave fritte portate da casa.
I pop-corn le rimanevano tra i denti e non sopportava il sale sulle dita.
Finito il film, si sarebbe fermata a ordinare le pastarelle da Rosetta. Le facevano già il sabato sera, così avrebbe evitato la fila della domenica mattina.
Nell’attesa si sarebbe seduta su una panca della chiesa accanto. Anche lì avrebbe trovato il fresco.
Sarebbe rimasta una dozzina di minuti a guardare il pulviscolo turbinare nella luce che trafiggeva il rosone con il trionfo di San Giorgio.
Avrebbe ritirato il pacchetto bianco, chiuso con un nastro verde arricciato, con dentro tre paste:
un babà con la panna per mamma, un lulù alla crema per papà, un sospiro di monaca alla ricotta per sé.
Anche adesso che loro non c’erano più, li comprava lo stesso.
Ne avrebbe mangiato uno al giorno, fino al lunedì.
Per rientrare avrebbe preso la solita strada e sarebbe tornata a casa, per uno dei momenti migliori della giornata: togliersi il reggipetto e infilarsi la vestaglietta a fiori.
Portava la quinta, e quei tiranti le avevano sempre dato fastidio, soprattutto con il caldo.
Non vedeva l’ora che arrivasse novembre.
La pausa dei morti e il pigiama sul termosifone.
Piccole certezze di una vita piacevolmente prevedibile.