Storie da un metro e sessanta

Rocco

Si chiamava Rocco Andò, ma per tutti era Rocco il pazzo, e nessuno conosceva il suo vero cognome.

Era diventato così a sette anni. Dicono che avesse visto sua madre buttarsi sotto il regionale delle otto di sera, in mezzo alle campagne dietro casa. Era corso ad avvisare suo padre, e da allora, invece di parlare, cantava.

Gli piaceva sentire l’eco della sua voce asinina sotto il ponte della ferrovia che portava al mare.

A scuola si riempiva le mani di colla liquida: con una spugnetta se la spalmava su entrambe le mani, aspettava che si asciugasse e poi la tirava via come la muta di un serpente.

La colla in barattolo, invece, la metteva a grumi odorosi di mandorla amara sotto le fotocopie da incollare sul quaderno, e la schiacciava con le dita per appiattirla.

Dopo la terza media, i professori dissero a suo padre che farlo continuare a scuola era solo uno spreco di soldi.

«Guarda fuori dalla finestra e guaisce come un cane azzoppato», dissero.

Lo promossero per non doverlo più sentire.

Cominciò ad andare in giro per il paese, con quell’andatura che sembrava un balletto, al ritmo dei suoi lamenti.

In autunno lo si trovava in mezzo alla strada che portava al cimitero, a faccia in su, a guardare le foglie secche che volteggiavano dopo un colpo di vento prima di cadere sul basolato.

Chi passava in macchina lo scansava a colpi di clacson e ingiurie. «Ou! Ma cu è stu pacciu?»

Lui rideva e seguiva con lo sguardo le foglie che turbinavano dietro chi lo aveva insultato.

Il pomeriggio si sedeva fuori dal panificio e aspettava la prima sfornata di pane di casa.

Rosa, la fornaia, glielo condiva sempre con pumadoru stricatu, olio e sale. «Te ccà, nicareddu.» Anche se Rocco nicareddu non lo era più: aveva diciotto anni, ma lui non se lo ricordava.

Giocava a bere le prime gocce d’acqua di un temporale.

A togliere il budino di sua nonna dallo stampo senza rovinarlo.

A farsi salire le formiche sulle mani per portarle da un’altra parte, immaginando che lo ringraziassero per il passaggio.

A tuffarsi a mare e cantare sott’acqua come le balene, nel silenzio d’ovatta bagnata.

Ad aprire a metà le albicocche e poi spaccarne i semi per trovarci dentro disegni misteriosi.

Gli piaceva assai salire le scale di corsa la sera prima di cena e scommettere, sperare, che quell’odore di buono che sentiva venisse da casa sua.

Abbracciava suo padre che gli apriva la porta, ogni giorno uguale, ogni giorno un po’ più curvo.

«A papà, aunn’ha statu?»

Quella sera c’erano i carciofi ca muddica.

Li spolpò per bene, sporcandosi fino ai gomiti.

Erano il suo piatto preferito.