Storie da un metro e sessanta

Matilda

Mentolo e soffritto. Nel bozzolo di lenzuola in cui si era svegliata, il respiro di quella mattina le aveva solleticato il naso.

D’estate, i nomi dei giorni della settimana avevano ancora meno senso che durante il resto dell’anno per lei. Ma quel giorno, ne era certa, era domenica.

Papà si rasava canticchiando. Avrebbe poi lasciato il pennello e la confezione verde della crema da barba aperta sul lavandino. Non appena asciutti li avrebbe richiusi nel borsello di cuoio scuro con i pulsanti a scatto.

Dalla cucina arrivava lo sfrigolio dei piccoli pepi verdi che mamma avrebbe riempito di mollica cunzata.

Appoggiò i piedi sul pavimento fresco. Quadrati scuri spolverati di frantumi più chiari, come un salame al cioccolato. Alcune mattonelle, quelle rossastre, erano lava, mentre su quelle con i decori ci si poteva camminare.

Iniziò il percorso saltellando su un piede, con gli occhi ancora impastati di sonno. Voleva arrivare fuori e vedere se l’uva fragola era pronta da raccogliere.

“Matilda, dove vai? Vieni a fare colazione che poi andiamo a mare!”

Superò i suoi genitori seduti a tavola e con un salto toccò i pezzi di vetro colorato che aveva incollato vicino alla porta.

Fuori casa, attraverso il giardino, oltre il pergolato, sarebbe stato più difficile non toccare la lava perché non c’erano le mattonelle. Allora le venne un’idea: le cassette gialle, quelle della birra. Ce n’erano due che poteva raggiungere. Le acchiappò stando attentissima a non finire a faccia a terra. I punti sotto il mento che si era beccata l’anno scorso se li ricordava ancora. Se li toccò per darsi coraggio.

Si appoggiava su una cassetta e poi metteva l’altra davanti e ci saltava sopra. E così via.

Arrivò alla fine del pergolato. Con un balzo raggiunse la terra morbida. Era al sicuro.

Aveva i capelli incollati alla fronte. Erano le otto, il sole era coperto da un velo di nuvole, ma faceva già caldissimo. Si infilò fra i filari. I piccoli grappoli viola scuro erano lì.

Ne staccò uno torcendo il picciolo. Ora arrivava la parte migliore: fare sgusciare via la polpa schiacciando l’acino fra pollice, indice e medio. Il tesoro giallo-verdastro era tiepido e zuccherino. Al sapore di fragola.

Quando sua cugina le aveva mostrato come si faceva, gli acini trasparenti le erano sembrati mini mondi con dentro qualcosa di minuscolo e duro. Sputava i semi facendoli atterrare lontano sulla terra secca.

Il succo le colava giù per i gomiti. Giocò un po’ a fare le ombre cinesi per terra con le dita appiccicose.

“Matilda, vieni qua, mettiti il costume e gli zoccoletti”. In lontananza le sembrò di sentire un tuono, ma forse si sbagliava.

Afferrò un pezzo di pane con la marmellata di fichi e corse in cantina, incurante della lava sul pavimento perché ormai aveva un altro obiettivo.

La sera prima aveva chiesto a suo padre di togliere le rotelle alla bici.

Ormai aveva otto anni. Voleva imparare a pedalare come i grandi per poter raggiungere gli altri in piazza dopo cena.

Mamma non era d’accordo. Quella figlia sua era selvatica.

Prima della storia del mento, aveva avuto i punti a un ginocchio per una caduta dal gelso. Si arrampicava sugli alberi come un gatto. Tornava in casa paonazza, con le trecce sfatte. Frugava in un cassetto, tornava fuori, risaliva fra i rami, costruiva carrucole. Aveva le gambe ricoperte di ferite, ma non se ne preoccupava. Quasi con soddisfazione, una volta che la pelle era guarita, scollava via la crosta dai bordi cercando di capire se poteva già staccarla senza farla sanguinare di nuovo.

Non c’era verso di farle tenere le scarpe. Quando le metteva, faceva disperare sua madre perché rovinava le punte.

“Sono pronta! Vi aspetto vicino casa di Antonio.”

Scese le scale nell’oscurità. Il nonno le aveva fatto fare un gioco per non avere più paura del buio.

Da qualche mese non c’era più, ma nell’aria ferma lei sentiva ancora quel misto di mosto, tabacco e segatura. Era un falegname e quella cantina era il suo regno. Il tornio, le chiavi di cui conosceva i nomi esatti, l’attrezzatura per la pesca, la botte del vino, i libri di scuola che erano stati di sua madre e di sua zia. Era rimasto tutto così. C’era anche un pacchetto di sigarette morbide senza filtro lasciato a metà. Fumava sempre in cantina, con la canottiera bianca a costine e quei suoi pantaloni ascellari.

Afferrò la bici. Gliel’aveva regalata proprio il nonno. Senza cestino, ma con un portapacchi dietro.

Chiuse la porta di alluminio dietro di sé e cominciò a spingerla su per le scale. Ora sì che era davvero sudata.

Non sapeva bene come avrebbe fatto a imparare a pedalare. Ma avrebbe chiesto ad Antonio, che era più piccolo di lei ma ci sapeva già andare in bici, anche senza mani.

Lo chiamò urlando da sotto il balcone. “Scend…!”. Il resto della parola si perse dentro lo scoppio di un altro tuono. Allora non lo aveva immaginato. Sentiva nell’aria l’odore di quando sta per arrivare un acquazzone.

Il suo amico arrivò, vestito da portiere. Aveva questo ruolo nella squadra di calcio dei piccoli del paese.

“Allora. Tu parti con il piede destro in alto e ti dai la spinta. Io ti tengo da dietro.”

Si fidava. Le aveva già insegnato a intrecciare le trappole per le lucertole.

Con il cuore che le batteva nelle orecchie, provò a partire. Non riuscì.

“Riproviamo.” Niente.

Alla terza prova rovinò per terra. Pensava che fosse il sangue a colarle dal braccio. Invece era pioggia.

Le gocce erano dei puntini sulle loro magliette. Sempre più fitti.

L’una di fronte all’altro, si presero per mano, con le mani stese a incrocio. Avevano visto “Titanic” al cinema all’aperto la settimana prima. Come Jack e Rose si misero a girare forte, sempre più forte. Ridevano e non sapevano come fermarsi.

La pioggia era diventata un temporale estivo di quelli che lavano via le tracce di gessetto dalla strada.

Si sganciarono finendo per terra. Immaginava già le urla di sua madre quando sarebbe tornata a casa.

Tanto valeva farla completa. Prese la bici da terra e senza aspettare che Antonio la raggiungesse, si diede una spinta. Dopo qualche pedalata sentì che era in equilibrio. Un brivido la attraversò.

Aveva la maglietta appiccicata alla schiena. Non riusciva a vedere bene perché le gocce le facevano chiudere gli occhi.

Ma pedalava. Sentiva il frinire della dinamo. Si era accesa anche la luce.

“Bravaaaaaaa!!!” Antonio la applaudiva con i guanti da portiere che nel frattempo aveva indossato.

Si sarebbe ricordata per sempre di quella libertà.