Gabriella
Era una penna verde che mancava a Sofia o le forbici con la punta arrotondata?
Il maglioncino blu per la recita…doveva ricordarsi assolutamente di comprarlo.
Quel borsone per la piscina…troppo rovinato. Sostituirlo.
Magari un parrucchiere, per non arrivare alla recita col solito covone di fieno in testa. Che scocciatura sprecare tre ore così.
Essere meno severa con il grande, sta già cominciando ad avere le sue idee…
Caspita, aveva dimenticato la torta per la giornata delle torte.
Qualcuno bussava alla porta. Neanche in bagno poteva avere un attimo da sola. Bussavano ancora, ma possibile che neppure lì ci fosse pace? Bussavano, bussavano. Però in maniera delicata, come a non volerla disturbare. Strano.
“Room service, Ma’am”.
Si guardò attorno. Fuori dalla finestra il cielo prometteva la pioggia sottile che adorava.
“Room service, Ma’am”.
Si trascinò fuori dalle coperte, aprì la porta cercando di darsi un contegno. C’era stato un tempo in cui non avrebbe mai speso soldi per una colazione in camera.
L’addetto dell’hotel era lì con il suo sorriso da protocollo. Doveva aver atteso un bel po’, perché non lei aveva impostato la sveglia, solo l’orario della consegna, certa che sarebbe già stata in piedi da un po’ a quell’ora.
E invece i tempi delle sveglie dettate da altri erano lontani.
Una in Svezia, l’altro in America. Chiamavano, certo, chiamavano ogni giorno. Fortunatamente. Per sapere come togliere una macchia o come fare la pasta e patate.
Con il cucchiaino sfiorò appena la clotted cream. Sì, era una cosa che si sarebbe dovuta mangiare al pomeriggio con il tè, ma a lei non piaceva e poi chi se ne frega. In hotel nessuno ti giudica.
Nessuno ti dice che hai ordinato “burro con altro burro sopra”, come avrebbe fatto suo marito, Marco il salutista. Ne prese appena il giusto per sentire sulla lingua quella consistenza difficile da definire. Non era burrosa, non era cremosa. Pannosa? Boh. Una roba grassa ed elegante, velluto sul palato.
Poteva fare colazione in silenzio, senza dover cedere l’ultima fetta di pane o doversi alzare perché qualcuno si era accorto che era finita la carta igienica.
Il suo volo era nel pomeriggio e avrebbe avuto tutta la mattinata per andare a Portobello.
Chissà se esisteva ancora quel negozio che vendeva articoli da giocoleria. Ci erano entrati, quanti, forse 20 anni fa? Clave, funi, palline. Ne avevano prese nove e avevano provato a imparare a lanciarle al giusto ritmo e alla giusta altezza.
Erano i giorni in cui al mattino quando ancora dormivano li annusava sulla nuca per non perdere neanche una molecola di quel “profumino di sudorino di bimbo”. Lo chiamavano così. E poi c’erano tutte le loro altre parole di famiglia. Le serate “accicciottati” sul divano. I “baci panino” con lei in mezzo e loro due ai lati.
Si ritrovò a piangere dentro la clotted cream. Aveva la commozione facile, ma, in fin dei conti, questi momenti di flashback avrebbero fatto aprire i rubinetti emotivi a chiunque.
Ora che non era più una sfida fra lei e la cesta dei panni sporchi, che tutte quelle cose da ricordare non affollavano più la sua mente, la casa era in ordine.
La loro cameretta, con i barattoli pieni di foglie, batuffoli di polline, bastoni e, più tardi, biglietti di concerti, banconote straniere e tappi di spumante, era diventata un museo che si animava solo per qualche compleanno, a Pasqua e a Natale, perché quelli erano “non negoziabili per mamma”.
Il Natale, che aveva sempre odiato ma poi riscoperto creando riti e tradizioni solo loro. I biscotti storti, il conto alla rovescia ogni anno diverso, presenze magiche in casa fino a che ci hanno creduto. Montagne di carta regalo la mattina del venticinque. I giocattoli da montare subito e sennò quando. Suo marito armato di pazienza e cacciaviti. Le batterie che mancavano sempre. Le liti per chi ci gioca prima.
Ormai lei e Marco viaggiavano con le valigie piene per portare casa nelle loro nuove case. Era così strano vedere i propri figli muoversi con sicurezza per strade che loro due non conoscevano.
Ma c’erano ancora tante risate.
Non quelle del solletico a letto la domenica mattina. Non le prime risate diaframmatiche dei neonati. Quelle che facendo “buh!”, potrebbero continuare per ore.
Adesso si rideva per un pranzo bruciato in forno e poi improvvisato con i surgelati. Di un look troppo da giovane quando andavano a trovarli con l’idea di fare bella figura con i nuovi amici.
Avrebbe voluto aprire la finestra per una boccata d’aria fresca ma al 38° piano non si può.
Negli anni quello skyline era diventato familiare, non solo per lei. Spesso le sue trasferte di viaggio erano diventate mini-vacanze, con maratone di lavatrice che duravano giorni, al rientro, peluche inclusi. Prove di cibi sconosciuti e tentativi di farsi capire parlando un’altra lingua.
Si sentiva colpevole per le volte che era mancata? All’epoca sì. Oggi, no.
C’erano state le mattine delle trecce fatte con cura e con calma per arrivare in tempo al suono della campanella, come piaceva a sua figlia. E quelle in cui dovevano fare da soli, magari sbagliando gli abbinamenti fra maglietta e pantalone.
C’erano gesti che aveva insegnato e poi erano rimasti. Nel modo di Sofia di annodarsi i capelli con una matita e in quello di suo figlio Paolo di gestire il frigorifero.
Lei e suo marito arrivavano a sera quasi sempre distrutti, dal lavoro o, molto più spesso, dai loro figli, ma raschiavano il fondo del barile delle energie per ascoltare le loro giornate e i loro progetti, giocare, leggere. Non sempre. A volte svenivano sul divano dopo aver cenato con pizza e patatine davanti a film splatter non adatti ai bambini.
Ma lei sperava che da tutto questo avessero imparato il gusto di interessarsi alle cose, di provarci anche stanchi morti, di non aspettare il momento perfetto per vivere. Che si può fare confusione, sbagliare, arrancare un po’ e andare avanti lo stesso.
Forse se la stava solo raccontando, in questi suoi cinquant’anni in cui si sentiva meglio che nei trenta. Forse non meglio, ma, insomma, bene. Soprattutto non doveva più portare nessuno al bagno. Che benessere.
Nel frattempo, la colazione era diventata il suo pranzo. Alla fine era uscito il sole. Non era andata a Portobello, ma a sedersi al parco sotto l’hotel in una di quelle sdraio a noleggio dalle quali era un’impresa riemergere perché ci rimaneva incastrata col suo fondoschiena provato da cinque decenni di gravità.
Alle 16:00, l’“odore di aeroporto” – anche questa era un’espressione tutta loro – la accolse come sempre. Era tentata di prendere qualcosa al duty-free per “i suoi tre”. Era il suo rito del ritorno. Le confezioni di dolci dell’aeroporto erano così invitanti. Ma i due “piccoli” non sarebbero stati a casa prima di settimane.
Ignorando il pensiero di quanto si sarebbe lamentato suo marito per questi acquisti impulsivi, riempì un cestino e si avviò al gate.
In volo si mise a leggere. Non riusciva più a dormire tutta accartocciata ed era tornata a sopportare male il pianto dei bambini. Solidarietà ai genitori. È il vostro turno, io ho già dato.
All’arrivo scese fra gli ultimi. Non le piaceva stare lì in piedi nel corridoio dell’aereo incollata agli altri inutilmente. D’altronde, non la aspettava nessuno, se non la sua auto al parcheggio.
Marco probabilmente stava già dormendo sul divano con la tv accesa. Avevano all’attivo venticinque anni di caos organizzato in calendari e il progetto di ricomprare la moto venduta alla prima gravidanza.
Superò la porta a vetri degli arrivi distrattamente.
Prese il cellulare dalla tasca per avvisare di essere atterrata, ma premette per sbaglio il tasto che avvia in automatico la fotocamera.
Stava per richiuderla, quando credette di aver avuto un’allucinazione. Sullo schermo c’erano loro tre. Non nel salvaschermo. Proprio nello spazio inquadrato dalla fotocamera.
“Bentornata a casa, mamma”. Fu soprattutto quella virgola a farla scoppiare in lacrime. Quante volte aveva spiegato ai suoi figli l’uso del vocativo, con grandi smorfie di esasperazione in risposta.
Erano lì, tutti e tre. Con un cartello. Un cartello. Per lei.
Dopo anni di mammaguarda, mammavieni, mammacosamimetto, mammasaidoveèilpallone, finalmente erano riusciti a mettersi d’accordo e d’impegno per una sorpresa decente.
Era sempre stato il suo sogno di essere protagonista di una scena così in aeroporto.