Fuori traccia. Ma sulla mia strada.
Sono sempre stata quella bambina che fa tutto giusto: brava a scuola, a danza, al coro, al catechismo.
Quella che non dà pensieri, mai un passo falso.
Sognavo già da piccola di studiare lingue e girare il mondo.
Al liceo linguistico prima, poi all’università, tutto sembrava andare come da piano.
Arrivo terza nella graduatoria di ammissione al corso per interpreti a numero chiuso che sognavo.
Studiavo la sera, giravo su e giù per Messina con la mia vespina per fare mille lavoretti per pagarmi da sola l’università: ripetizioni, volantinaggio, hostess.
Nonostante l’Erasmus – un’esperienza che dovrebbe essere obbligatoria per tutti i giovani – che di solito fa perdere qualche semestre, mi laureo, in corso, con il massimo dei voti.
E per la prima volta mi trovo a chiedermi: e ora? Boh!
Ero lì con la mia mappa, con la matita in mano e per la prima volta dovevo cancellare e riscrivere.
La specialistica era fuori città, i miei non potevano aiutarmi e io, dopo anni a studiare e lavorare, ero stanca.
E così, ho scelto di fermarmi.
Mi sono detta: mi trovo un lavoro e mi prendo un po’ di tempo per pensare.
Ero senza una bussola e in un contesto poco dinamico dal punto di vista professionale.
Mi procuro il primo lavoro “vero”, in un settore che mi sembrava lontanissimo da me: il recupero crediti.
Mi dicevo: io, che piango anche con i cartoni animati, dovrei chiamare persone in difficoltà per parlare di soldi?
Tra l’altro, mio padre, camionista “filosofo”, gestiva i suoi debiti in modo molto creativo… quindi il tema non mi era simpatico.
Ma intanto c’era una busta paga, la mia prima macchina, un po’ di leggerezza.
E finalmente, a ventun’anni, vivevo forse la mia prima vera adolescenza.
Nel frattempo, facevo altre mille cose: traducevo, insegnavo, lavoravo nel turismo e negli eventi. Dormivo poco, ma avevo energia da vendere.
A volte mi chiedevo: “Cosa c’entra tutto questo con quello che sognavo da bambina?” Facevo fatica a unire “i puntini”.
Così riprovo a rientrare nel percorso che pensavo fosse “giusto”: vinco un progetto europeo per un tirocinio da interprete a Bruxelles.
Il sogno di molti studenti di lingue.
Mollo il recupero crediti e parto.
E lì capisco una cosa importante: quello che non volevo fare.
Capisco che quello che pensavo fosse il mio sogno, fare l’interprete in contesti istituzionali, non era il mio posto.
Troppo competitivo e freddo. Io volevo fare cose con impatto, con cuore.
Torno a Messina, accettando un’offerta “inspida” in un’azienda turistica dove avevo fatto uno stage. Ci lavoro tre anni e imparo tanto. Anche a riconoscere quando un lavoro ti svuota.
Nel frattempo, l’azienda dove avevo lavorato nel settore del credit management, mi cerca: hanno bisogno di qualcuno che li aiuti a coltivare rapporti internazionali.
Inizio con piccole collaborazioni, poi arriva una proposta di contratto.
E così entro nel mondo corporate.
Faccio da assistente, interprete, commerciale estero.
Scopro che anche in un settore che non avevo scelto, si può fare qualcosa di importante.
Che aiutare le persone a rimettere in ordine le proprie finanze può avere un grande impatto sociale.
Nel frattempo, la vita personale si evolve: incontro mio marito, diventiamo genitori due volte.
Diventare mamma mi mette alla prova ma mi regala anche una chiarezza nuova e la mia posizione in azienda si evolve.
Infatti, l’azienda supporta la mia inclinazione alle relazioni e alla comunicazione e da lì in poi mi focalizzo sulla Comunicazione Esterna, che è il mio lavoro oggi.
Mi occupo, quindi, di supportare la reputazione dell’azienda e del management.
Ma soprattutto, cosa che amo moltissimo, creo connessioni tra le persone e i contenuti: parlo con il Sales & Marketing, con le Risorse Umane, con gli analisti, con chi si occupa di innovazione e tecnologia, o di affari legali.
Cerco storie “dentro l’azienda” da raccontare e da valorizzare. Anche per ribaltare la percezione sociale che si ha di chi fa un mestiere come il nostro, che di solito non è proprio ben visto dalla maggior parte delle persone.
Ma la cosa più bella è che sono riuscita a portare dentro questo ruolo anche la mia parte più creativa.
Dopo il secondo figlio, nel caos totale, trovo in me una lucidità potente.
E nasce un’idea: un progetto di educazione finanziaria per bambini.
Per scommessa scrivo un libro per bambini.
Presento in azienda come vorrei impiegarlo a favore della nostra immagine e a favore di un impatto sociale vero.
L’azienda mi dà fiducia, carta bianca e un budget dedicato a questa “scommessa”.
Da lì nasce “Il Gomitolo di Solevento.”, la storia di una famiglia che si ingarbuglia con i soldi ma che poi ritrova la serenità grazie al supporto di persone esperte ed empatiche.
Dal libro creiamo anche il gioco e cambiamo radicalmente il modo di comunicare dell’azienda.
Quel progetto oggi sta rotolando nelle scuole ed è in valutazione presso una rete di ricerca europea.
Perché educazione finanziaria?
Perché ci siamo resi conto, grazie alla nostra attività, di quanta gente si ingarbugli con i soldi, finendo poi per essere “nostro cliente” per carenza di informazioni adeguate sulla gestione del denaro, per il tabù di parlare di soldi e di debiti.
E abbiamo deciso di fare qualcosa che potesse avere davvero un effetto positivo, un impatto sulle persone, qualcosa di utile.
Non ho seguito una mappa precisa.
Ma ogni deviazione mi ha insegnato qualcosa.
E oggi, se guardo indietro, vedo un sentiero che ha senso. Anche se, all’inizio, non sembrava una strada.
E se c’è una cosa che direi alla me di vent’anni – e a chiunque si stia interrogando sulla “strada giusta” – è questa:
Non abbiate paura di uscire dal tracciato.
A volte le mappe non servono. Servono occhi aperti e curiosi, orecchie attente, e il coraggio di cambiare rotta quando qualcosa non suona giusto, anche se era previsto.